Scrivere per vivere: riflessioni dopo un incontro (casuale) con uno scrittore
21 Aprile 2026La domanda che non ho posto a uno scrittore famoso
Lo guardo non appena lui mette piede fuori al negozio.
Così, mentre passeggio per la via dello shopping, per una pura coincidenza incrocio lo sguardo di un famoso scrittore napoletano.
In genere, quando incontro un vip non lo disturbo – per timidezza e rispetto della privacy.
Stavolta mi avvicino, rompo il ghiaccio e un po’ impacciato farfuglio “Complimenti per i suoi lavori!”.
Lui è molto cordiale.
Mi ringrazia, sorride, scambiamo due chiacchiere e in meno di un minuto ci salutiamo.
Eppure, desideravo porgli mille domande.
L’avrei voluto intervistare.
Con una serie di curiosità da soddisfare che ruotano intorno ad un unico concetto-fulcro: ti rendi conto che vivi scrivendo?

Uno su mille ce la fa
La scrittura come lavoro, un sogno per pochi eletti.
Come il musicista o il pittore capaci di trasformare l’Arte in una fonte di guadagno.
Pubblicare romanzi letti da milioni di persone (e dai quali trarre fiction televisive) non è forse un sogno che si realizza?
E vivere creando nuovi mondi partoriti dalla propria fantasia, storie apprezzate dal pubblico, opere premiate dalla critica … trattasi di puro talento.
Dopotutto nella scrittura – come nella musica – uno su mille ce la fa.
Lo scrittore-informatico
E io?
Io scrivo.
Ma codice.
Algoritmi, Istruzioni. Software.
Insomma, programmi per computer.
Linguaggi diversi, stessa tastiera.
A pensarci bene, anche l’informatico è uno scrittore.
Non racconta storie, ma costruisce logiche.
Non intreccia trame, ma connette dati.
Lui crea mondi che emozionano.
Io sistemi che funzionano.
E allora la domanda resta: siamo davvero così diversi?
Forse no.
Forse siamo entrambi colleghi di tastiera.









